La malisciana
Tutto accade un poco più avanti
Com’è tesa l’aria d’estate: trema, ribolle; maschera la realtà, ne deforma i contorni. Mi spaventa un po’.
È una sensazione che dura poco, ma un poco capace di valere una giornata intera, talvolta una stagione. Come un ostacolo al procedere, quel velo increspato invita alla procrastinazione: andrò avanti dopo, quando l’aria avrà smesso di tremare; quando lo sguardo sarà più limpido e il corpo meno gravato dal caldo. Passeranno mesi, che si sommeranno ad altri mesi e forse diventeranno anni. Chissà quando attraverserò quella soglia.
Da casa mia ai locali del centro non c’è continuità d’ombra. Solo qualche sporadico punto di sollievo, troppo breve per essere gustato: la fretta spinge verso una meta che pretende di essere definitiva, ma definitiva non è. Eppure sa farlo credere, accogliendo nella sospensione e accompagnando il giorno verso la chiusura del suo cerchio. Del suo, appunto, non del mio.
A volte penso che la mia orbita possa – o forse debba – coincidere con quella del giorno. Poi mi sveglio presto, con un velo di sudore appiccicoso addosso: trovo la smentita di quelle illusioni, sconfitto dalle mie presunzioni, dalle bugie che continuo a raccontarmi.
Le signorotte locali mi scrutano da capo a piedi, placide sulle loro sedie di plastica. Alcune hanno le fattezze di un gelato squagliato; altre sono sottili, filiformi come spighe di grano: sembra che il vento scuota la testa anche a loro.
Quando si alzano, raramente sono sole. Procedono in terzetto, spalla contro spalla, ondeggiando in perfetta sincronia con l’atmosfera ribollente. Fanno passi così piccoli che sembrano avere i piedi fasciati, come le donne della Cina imperiale. Occupano lo spazio pubblico con l’arroganza di chi sa che nessuno potrà mai rimuoverle da lì; nemmeno il tempo, finora, c’è riuscito.
Attendono un saluto che non rivolgerò mai. Né un buongiorno né un buonasera. Niente. Me le lascio alle spalle trascinandomi dietro i loro sguardi e alimentando le loro investigazioni, i loro giudizi, le loro diagnosi.
- Ho la malisciana, signora mia. Vado al bar a dimenticarmene.
Se il bar è chiuso, vado in piazza. Se la piazza è piena, mi accendo una sigaretta nella stradina accanto, quella dove le rondini rimbalzano da un lato all’altro. Sono stelle a cinque punte scagliate verso la pietra. Non sbattono mai, non si incagliano. Disegnano traiettorie impossibili e sembrano lamentarsi di ciò che fanno.
Le invidio un po’. Non si lasciano intimidire dalle vibrazioni dell’aria: si agitano, sfrecciano, protestano e ricominciano da capo. A me, nemmeno il lamento è rimasto.
Mi siedo su uno scalino a guardarle. La sigaretta, intanto, s’è già spenta.
Sarebbe una giornata da andarsene al mare, ma non me la sento. Oppure una da chiamare quello e quell’altro e proporre le solite robe. Una di quelle in cui annoiarsi in compagnia finisce per essere divertente; una di quelle in cui, se sento una battuta, rido, e se la faccio io mi sento appagato.
Ma non me la sento.
Vorrei diventare una colonia di ruggine su queste vecchie serrande, lasciarmi conquistare dalla calce, non provare alcuna emozione, come la polvere. Vorrei liberarmi della necessità di capire, dalla prontezza analitica e dalla consapevolezza del peso del vivere. So cosa sarebbe giusto fare, quali sfide affrontare e quali rimedi tentare. Io continuo a misurare la distanza tra me e il primo, claudicante, passo.
Qui fa tanto caldo. Ogni tentativo si interrompe prima di diventare movimento. La malisciana trasforma ogni desiderio in sospensione, fa del domani un sinonimo perfetto di oggi. Non ferma il tempo: lo addensa, finché non ci si riesce più a orientare dentro. Non toglie la voglia: la lascia lì, intatta. Inutile.
In questo piccolo anfratto di paese, in queste viuzze corrose dall’arsura, nel ribollire infernale che mi consuma dentro e mi trattiene fuori, resta l’impressione che la vita stia accadendo un poco più avanti rispetto a dove mi trovo. E che oggi non sia il giorno giusto per raggiungerla. Né domani. Chissà quando.
È estate, non devo fidarmi. Quel “poco più avanti” si spalma su ogni cosa: oltre il tremolio dell’aria, oltre la piazza, oltre quella soglia. Come l’ombra a mezzogiorno, che si ritira sotto i piedi e niente ripara.


